Midnight in Venice, il racconto di Venezia in una notte d’autunno

Venezia in una notte

Il web tracima di consigli a misura di turista sui molti luoghi da non perdere quando si visita Venezia. E, in effetti, sarebbe assurdo non visitare Piazza San Marco o non concedersi una passeggiata sul romantico Ponte di Rialto. O non raggiungere, chessò, il Ponte dell’Accademia, la Chiesa della Salute o anche l’Arsenale. Cercare un varco tra gli stick per selfie, posizionare il proprio e scattare decine di fotografie a piazze e monumenti gremiti di turisti e piccioni.

È questa Venezia? Sicuramente è anche questa, e forse è la Venezia più conosciuta.

Ma la mia Venezia, quella che considero profondamente mia, è diversa. Non ti racconterò dove mangiare cibo surgelato in ristoranti a menu fisso sul Canal Grande. O dove è meglio pernottare per non spendere un capitale. Cosa andare a visitare o quale itinerario scegliere tra i mille offerti da un tour operator, non farò nulla di questo. Non racconterò delle navi da crociera che oscurano il cielo o dei mille autoscatti cercati in prossimità di una gondola. Non ti racconterò neppure la Venezia che muore cantata da un laconico Guccini.

Io ti racconterò la Venezia che sonnecchia di giorno, fiera e, in apparenza, noncurante della propria bellezza. Una Venezia che si sveglia poi di notte, nascosta e vibrante. Quando il sole lascia spazio alle stelle e come per magia le orde del turismo vociante si dissolvono come una bolla di sapone. È la Venezia delle calli in cui fa eco solo il ticchettio dei passi. E l’unico suono in lontananza è lo sciabordio delle onde lungo i marciapiedi. Quando la luna piena rispecchia nei canali i palazzi storici, imponenti e aristocratici abitanti sempiterni di un luogo di antichi fasti dorati. E ci conduce in un mondo parallelo, di quella Venezia nascosta agli sguardi disattenti o indiscreti dei più. Dannatamente bella e affascinante, misteriosa e quasi proibita, palcoscenico silenzioso di un’atmosfera senza tempo. Questa è la mia Venezia, non un miracolo o un prodigio, ma, forse, più un sogno vissuto ad occhi aperti.

Venezia in una notte

Venezia in una notte

Arrivammo a Venezia una fredda sera di metà ottobre. C’era già buio, e quando il traghetto accese i motori ci sistemammo su una panca. La nebbia non era fitta, ma ci stupì. L’idea era stata mia, sapevo fin troppo bene che la città alla luce della luna cambia radicalmente volto. E da trafficata isola ricca di energie e movimento durante le ore diurne, di notte si trasforma. Il flusso di avventori “di giornata” è quasi completamente esaurito e riconsegna la città ai suoi abitanti. Ma anche a chi, come noi, quest’isola meravigliosa vuole scoprirla veramente.

Erano solo le 23, ho guardato il tuo viso, più bello del solito, che avanzava nell’oscurità accanto al mio. Sorridendo ti ho promesso che ti avrei mostrato una Venezia assolutamente misteriosa.

VENEZIA IN UNA NOTTE, TRA MISTERI E LEGGENDE

Ma esiste davvero una Venezia nascosta, una Venezia segreta?

Si narra che un giorno d’estate un viaggiatore di una nave da crociera abbia lasciato la sua confortevole cabina per esplorare in solitudine i quartieri meno frequentati di Venezia. Pare che, per errore, abbia aperto la porta segreta nella Corte Sconta detta Arcana. La stessa descritta da Corto Maltese, e che sia finito col ritrovarsi …in una dimensione parallela!

Sono tanti gli scrittori o i registi che hanno immortalato tra le loro pagine o sulle loro pellicole angoli di questa affascinante città. È l’altra faccia della medaglia della Venezia romantica che tutti conoscono, che il mondo intero di ci invidia. Una città dai mille segreti. Leggende tenebrose narrano di una città infestata da spettri e fantasmi, un luogo di efferati omicidi e di storie paurose.

In molti raccontano la triste storia di un giovane che era solito malmenare la madre che pure lo amava più di se stessa. Una sera le conficcò un pugnale in petto e le strappò il cuore. Corse verso il ponte di fronte alla Scuola di San Marco, ma incespicò sul primo gradino. Cadde e cadde con lui anche il cuore straziato della madre; da esso una flebile voce chiese “Figlio mio, ti sei fatto male?” a testimoniare l’immenso amore materno. A questo punto il ragazzo uscì di senno e si gettò nella Laguna lasciandosi annegare. Proprio su quel portale ancora oggi una persona attenta potrà notare incisa una figura umana con un grande turbante in testa, e che regge in una mano un cuore umano.

Tristi leggende animano anche alcuni degli edifici più belli di Venezia. La fama del quattrocentesco palazzo Ca’ Dario è sinistramente conosciuta dai veneziani. Esso fu costruito dal mercante Giovanni Dario e dedicato al genio della città, come testimonia l’iscrizione “Genio urbis Joannes Dario”. Scritta che, secondo alcuni studiosi, nasconderebbe, anagrammata, enigmatici quanto orribili segreti. “Sub ruina insidiosa genero” e cioè colui che abiterà sotto questa casa andrà in rovina. Tutti i proprietari che lì hanno vissuto infatti, si racconta, sono morti di morte violenta dopo esser stati destinati alla bancarotta.

Così chiacchierando e ridacchiando passeggiavamo per la ormai “nostra Venezia”. Dietro l’angolo – lo sapevamo – ci sarebbe stato un altro quadro da incorniciare, perché Venezia è un museo a cielo aperto. E allora già ci preparavamo alle prossime calli, ai campi che sbucavano a farci luccicare gli occhi. Perché il bello è anche emozione e Venezia ne regala tanta, troppa.

Così Cannaregio, e poi ancora il Ghetto Nuovo, mentre tu mi guardavi chiedendomi: ma perché non c’è in giro quasi nessuno? Io ho riso e già mi chiedevo come sarei riuscita a trascinarti fino all’alba. Poi abbiamo passeggiato per le Fondamenta Nove, qui Venezia è stata “asfaltata” e i cortili finiscono direttamente nella laguna. Il bucato pulito è steso sulle banchine e le strade sono fiancheggiate dalle alte facciate fatiscenti di case con le imposte chiuse.

Intanto continuavamo a parlare di banalità, mentre io iniziavo a sperare che quella notte durasse per sempre.

VENEZIA IN UNA NOTTE, UN’EMOZIONE DOPO L’ALTRA

Da Cannaregio spostandoci verso Santa Croce ci fermammo dove il cemento finiva e ci sporgemmo a guardare Canal Grande. Era magia: il silenzio, le poche luci, lo sciabordio delle onde, le gondole erano parcheggiate dormienti su un Canal Grande stranamente deserto. Ti emozionasti, era evidente. La ricordo ancora quella vista che ci regalò una sintesi perfetta tra la più struggente malinconia e la sfrenata spensieratezza.

Venezia in una notte

Passammo dal sestriere di Santa Croce, poi da San Paolo ci perdemmo un paio di volte. Vedemmo La Fenice e ti raccontai dell’incendio, enfatizzando la storia con voli di fantasia. Alla fine arrivammo a San Marco, dall’Ala Napoleonica. La piazza era vuota, la Basilica di fronte a noi perfetta, illuminata dalla luna che si nascondeva dietro il campanile, passammo davanti al Caffè Florian e immaginammo Byron seduto a sorseggiare un rum. Tu, di Byron, mi recitasti: “Il piacere è un peccato, ma qualche volta il peccato è un piacere.” Ti strattonai per la giacca, e di corsa passammo per le colonne di San Marco. Volesti fare un selfie sul Ponte dei Sospiricome due turisti, noi che non lo siamo” dicesti e proseguimmo verso Riva degli Schiavoni. Eri in vena di citazioni: “Quando si è innamorati, basta un niente per essere ridotti alla disperazione o per toccare il cielo con un dito.” La sapevo, era di Casanova questa!

Venezia in una notte

San Giorgio era davanti a noi, Palladio aveva realizzato davvero un capolavoro, accanto nel porticciolo i pali della barche dondolavano cullati dalle onde del mare. La Chiesa della Salute si ergeva con la sua cupola enorme verso il cielo, in una scenografica posizione, protesa verso il bacino di San Marco. Accanto Punta del Sale mostrava fiera la sua Fortuna, mentre il vento accarezzava la faccia ad entrambi. E intorno a noi, fioche, brillavano le luci di Venezia, le luci della Giudecca. Ti appoggiasti ad una briccola e richiamasti la mia attenzione, la mia risposta fu un sorriso. Era strano averti lì davanti.

Avrei voluto che il sole non sorgesse, ma il cielo a est rischiarava già. Mi immaginavo quella lunga passeggiata tra poche ore brulicante di turisti con il loro circo di fotografie, risate, musiche e richiami. Tutto sarebbe ricominciato. Ancora un attimo, volevo che quella immagine restasse come indelebile nelle mia mente. Quanto sei meravigliosa Venezia di notte, con le stelle che si specchiano sui canali, addolcendo sogni d’amore o caldeggiandoli con enfasi. L’eco della tua risata mi risvegliò dai miei dolci pensieri, era un’ora magica l’alba per camminare ancora un po’, solo un altro po’. Intanto la città lentamente si svegliava.

Venezia di notte è speciale in ogni cosa. Raccontano che Venezia sia come una bella donna, con quell’espressione sempre vagamente stupita nell’accorgersi che il mondo la guarda continuamente, da sempre. Lei se ne sta lì, spargendo charme, incurante delle epoche che passano.
Lei resta placida, di un bagliore morbido o accecante a dipendenza degli sguardi.

Alcuni gabbiani iniziarono a stridere sopra di noi, ti presi per mano, “andiamo” dissi. Abbiamo ancora un sacco di cose da vedere.

*racconto scritto da Elena Rossi per themessyluggage.com

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